4 febbraio 2011

QUESTIONI D’ONORE




“ - E gli altri frati?
- Non se ne impicciano, perché lo conoscono per una testa calda, e hanno tutto il rispetto per Rodrigo; ma, dall'altra parte, questo frate ha un gran credito presso i villani, perché fa poi anche il santo, e...
 - M'immagino che non sappia che Rodrigo è mio nipote.
 - Se lo sa! Anzi questo è quel che gli mette più il diavolo addosso.
 - Come? Come? ”
(cap. XVIII)

Così Manzoni descrive l’ira del Conte zio, causata dalla mancanza di rispetto di fra’ Cristoforo nei confronti del nipote Rodrigo. Il Conte zio, informato da Attilio dell’accaduto, decide di intervenire perché l’atteggiamento del frate danneggia la sua reputazione e quella di tutto il suo casato. Si può facilmente capire che nella società dove è ambientato il romanzo, l’onore e l’autorità dei potenti vengono prima di tutto.
Fin dall’antichità, questo principio era ben radicato nelle tradizioni e determinava i rapporti tra il popolo e le famiglie nobili. Far parte di una determinata discendenza dava diritto a ricevere rispetto dagli altri, anche se non del tutto meritato. Come nel caso di don Rodrigo, che è la classica “pecora nera” della famiglia. Egli, infatti, a causa dei suoi vizi e del poco rispetto nei confronti del prossimo, abusa del suo potere e si caccia nei guai, la cui risoluzione è compito dell’autoritario zio.

Ma siamo sicuri che oggi, nel XXIesimo secolo, l’onore abbia perso tutta la sua importanza? Certamente col passare del tempo la società si è trasformata, ma in alcune zone, in alcune circostanze, l’onore e tutto ciò che esso comporta è ancora molto sentito. Ad esempio, nella mafia e in tutte le organizzazioni criminali! I vari clan sono come grandi famiglie, che vivono in lotta tra loro, sfidando la legge e approfittando del loro potere, costruito su minacce ed intimidazioni.
Alle volte per onore si arriva a compiere gesti estremi, primo tra questi l’omicidio. In diritto si parla di delitto d’onore, pratica ancora molto diffusa nei Paesi orientali. Non è raro, infatti, sentire che un uomo uccida la propria donna ( o meglio una delle sue donne ) perché accusata di adulterio. Tutto questo solo per salvare la propria reputazione agli occhi degli amici e dei conoscenti.
L’onore è stato sempre considerato per soli uomini, e le donne sono spesso le vittime di questo orgoglio maschile. Anche Manzoni ne riporta un esempio, tramite i pensieri dell’Innominato.

“… perdonatemi... Perdonatemi? Io domandar perdono? A una donna? Io…! ...” (cap. XXI)

Detto questo, secondo voi, l’onore di famiglia è vivo nella nostra società?


Nicola Bazzan

3 febbraio 2011

Il castello dell'innominato



“Del resto , non che lassù, ma neppure nella valle, e neppure di passaggio, non ardiva metter piede nessuno che non fosse ben visto dal padrone del castello.”

Il castello dell’Innominato è un esempio di locus asper e, come ogni dimora del tipico personaggio cattivo che si rispetti, mette soggezione soltanto nel descriverla.
“…era a cavaliere di una valle angusta e uggiosa, sulla cima d’un poggio che sporge in fuori da un’aspra goigaia di monti, ed è, non si saprebbe dir bene, se congiunto ad essa o separatone, da un mucchio di massi e di dirupi, e da un andirivieni di tane e di precipizi, che si prolungano anche dalle due parti.”

Anche questo castello, come quello di Don Rodrigo, rispecchia la personalità del suo proprietario. L’Innominato, infatti, è una persona riservata che non ama stare a contatto con la gente e per questo ha costruito il suo castello lontano da tutto e da tutti.

La casa non rispecchia solo la personalità ma anche i gusti di una persona. Entrando in una casa, per esempio, dai quadri affissi alle pareti si può capire chi è il pittore preferito del proprietario, i suoi gusti musicali ed anche se e cosa ama leggere, semplicemente osservando la sua libreria.
I ragazzi, poi, prestano una grande attenzione nel personalizzare la propria camera. Amano appendere alle pareti i poster dei loro attori preferiti, riempire la stanza di foto, disegni e frasi, mettendo in risalto persone, luoghi,momenti e parole che sono o che sono state più importanti per loro.
La casa può rappresentare uno status-symbol, cioè evidenziare la collocazione sociale del proprietario. Come nel passato i nobili vivevano in sontuose regge circondate da enormi parchi attorno ai quali abitava la classe sociale meno agiata, oggi, nelle metropoli in via di sviluppo (il Cairo, ad esempio), possiamo vedere lussuosissime ville confinanti con squallide baracche prive d’acqua corrente ed elettricità.
Attualmente nei paesi Occidentali questa differenza è meno marcata, anche se nella nostra società pare sia più importante apparire che essere. Infatti, anche attraverso le case, le persone vogliono offrire un’immagine precisa di se stessi, esattamente come l’Innominato che preferisce costruire una dimora che metta angoscia e paura: l’immagine che lui vuole dare di sè agli altri.

Giorgia Signoretto

31 gennaio 2011

Creduloni, brutta malattia l'influenza!

“- Ah! ecco quelli delle novità, - disse il mercante, smontando, e lasciando il cavallo in mano d'un garzone. - E poi, e poi, continuò, entrando con la compagnia, - a quest'ora le saprete forse meglio di me.- Non sappiamo nulla, davvero, - disse più d'uno, mettendosi la mano al petto.- Possibile? - disse il mercante. - Dunque ne sentirete delle belle... o delle brutte.”

A quanti di voi è successo di dare ragione a qualcuno discutendo di un qualsiasi argomento perché non eravate abbastanza informati o perché avete pensato: “se lo dice lui/lei allora va bene”?
Immagino che a tutti sia capitato almeno una volta, succede oggi, succedeva un tempo.
Dopo gli spiacevoli episodi di Milano Renzo è ricercato dalla giustizia con l’accusa di aver condotto una delle rivolte in città, così decide di fuggire a Bergamo dal cugino Bortolo. Dopo un lungo cammino Renzo decide di fermarsi in un’ osteria a Gorgonzola, paesino vicino al confine con la terra di San Marco, dove ascolta una conversazione tra un mercante di Milano e dei contadinotti del posto.
Questi, affamati di news su Milano, attendevano con ansia l'arrivo di qualcuno per essere aggiornati.
Il mercante raccontò ciò che sapeva, e parlando di Renzo lo descriveva come un mascalzone, un delinquente, capo dei rivoltosi. Tutti loro credettero ingenuamente a ciò che raccontava, senza metterlo in dubbio.
Personalmente, dopo aver letto questo capitolo dei Promessi Sposi, ho colto un preciso significato.
Sappiamo bene che Manzoni ha scritto il romanzo per sottolineare la situazione storica dei suoi tempi. Voleva rivolgersi alla gente per trasmettere un messaggio politico e pedagogico: gli italiani non dovevano farsi sottomettere dagli spagnoli.
Secondo me questo episodio vuole appunto specificare quanto la popolazione si facesse facilmente influenzare dal mercante, che funge da personificazione del potere.
Nel passato questo genere di sottomissione era causato dall’ignoranza generale, infatti lo scopo di Manzoni era proprio quello di far aprire gli occhi a tutti.
Oggi, nonostante il livello culturale medio si sia notevolmente alzato, rimane comunque una certa influenzabilità.
Solitamente chi è più preparato nell’affrontare un argomento cede meno facilmente alle opinioni altrui, quindi chi ha maggiori conoscenze non cambia idea facilmente. Al contrario le persone meno informate si lasciano influenzare per motivi che non riguardano il contenuto del discorso.
La giusta soluzione per non lasciare che le persone ci influenzino negativamente è l’aver maturato un senso critico e l'aver imparato a riflettere con la propria testa avendo solidi principi e giudizi.
Tea Posenato 2Ds

28 gennaio 2011

Renzo, attento all alcool, non è un buon amico



“- Ah! - gridò Renzo: - ora è il poeta che ha parlato. Dunque intendete anche voi altri le mie ragioni. Rispondi dunque, oste: e Ferrer, che è il meglio di tutti, è mai venuto qui a fare un brindisi, e a spendere un becco d'un quattrino? E quel cane assassino di don...? Sto zitto, perché sono in cervello anche troppo. Ferrer e il padre Crrr... so io, son due galantuomini; ma ce n'è pochi de' galantuomini. I vecchi peggio de' giovani; e i giovani... peggio ancora de' vecchi…………Però, son contento che non si sia fatto sangue: oibò; barbarie, da lasciarle fare al boia. Pane; oh questo sí. Ne ho ricevuti degli urtoni; ma... ne ho anche dati”
Come abbiamo visto nel 14esimo capitolo dei promessi sposi Renzo completamente ubriaco , non vuole dare all'oste le proprie generalità per la registrazione degli ospiti della locanda. Il giovane, parlando ad alta voce, inizia a fare discorsi senza senso.
L'informatore della polizia, che si spaccia per uno spadaio, riesce a far dire a Renzo il proprio nome mentre Renzo sempre più ubriaco, continua ad arringare la folla e si addormenta ubriaco. Alcune persone, come è successo al nostro Renzo, anche con pochi bicchieri di alcool, avvertono dei malesseri notevoli. L’Irlanda è soprannominato "la patria della birra" dove il ritrovo nei pub e sempre accompagnato da “Guiness", ed è diventato un comportamento abituale.
L’alcolismo giovanile è forse da considerare un problema? Il sabato sera un adulto può trovarsi davanti i un gruppo di ragazzi; secondo voi cosa pensa? Sicuramente l’impressione che egli ne ricava non è delle più positive: infatti non è difficile che tra loro vi siano ragazzi o ragazze ubriachi.
Sono tanti i motivi che portano i ragazzi a bere : per alcuni il bere alcolici è una forma di stare in compagnia con i propri amici, perché si sentono “ sfigati” perché sono gli unici di quel gruppo che non bevono. Altri invece bevono perché li piace essere ubriachi altri lo vedono come arma per sconfiggere la noia di alcune serate o per apparire forte davanti ai coetanei. C’è anche una categoria di giovani che cerca una guida in personaggi dello spettacolo. Tra questi ci sono i musicisti che, e in molti casi definiscono l'alcol positivamente, come una via d'uscita, come dice il seguente testo degli Oasis: "Vale la pena cercarsi un lavoro quando non c'è niente per cui vorrei lavorare? È una situazione folle, ma tutto quello di cui ho bisogno sono sigarette ed alcool". Credo che le persone più soggette all'alcolismo sono quelli che cercano di cancellare le proprie preoccupazioni , persone deboli e insicure che non si ritengono in grado di affrontare anche le più banali difficoltà da sole. Come ha detto jim morrrison : “la vera felicità non è dentro a un bicchiere ma la trovi solo nel cuore di chi ti ama “
ASTOU SECK 2Ds

26 gennaio 2011

OSTERIE, BUON VINO E BUGIE!

 
“.... Molta gente era seduta, non però in ozio, su due panche, di qua e di là d'una tavola stretta e lunga, che teneva quasi tutta una parte della stanza: a intervalli, tovaglie e piatti; a intervalli, carte voltate e rivoltate, dadi buttati e raccolti; fiaschi e bicchieri per tutto.” cap XIV

Ai tempi di Renzo le osterie erano luoghi dove si poteva mangiare, bere una bottiglia di buon vino e trovare ristoro in un caldo letto. Ma non solo: nelle osterie le persone si incontravano anche per parlare e per informarsi sugli ultimi avvenimenti; si veniva a formare in questo modo una clientela fissa dove tutti sapevano tutto di tutti e anche di più ( un po' come dal parrucchiere di fiducia!). Archetipo del cliente tipo: il contadinotto un po' ignorante, amante del buon vino e della compagnia. A volte facevano parte del gruppo anche mercanti o uomini di una classe sociale più elevata rispettati e adulati dai popolani, perché fonte di soggezione e di informazione, come un prestigioso telegiornale vivente. Già dall'epoca dei Promessi il gossip era assai gradito e all'interno delle locande le notizie viaggiavano a velocità supersonica, fino a crescere, gonfiarsi, esplodere in “balle colossali”.
Ai nostri giorni la compagnia fissa dell'osteria è una realtà meno diffusa, perché la gente è solita cambiare locale a seconda dell'occasione o della comodità. Qualche eccezione, però, c'è; ad esempio nei piccoli paesi con poca scelta di bar, oppure nei casi in cui si trovano gruppi di vecchi amici soliti a ritrovarsi alla stessa ora, nello stesso posto, un po' per abitudine, un po' perché affezionati a quel rituale quotidiano. Proprio come nel film ” Gli amici del Bar Margherita", storia di una compagnia di signori che frequenta l'omonimo locale.
Come oggi anche un tempo si usava fare “due chiacchiere davanti ad un caffè”, anche se all’epoca un sostanzioso pasto caldo era preferito a questa bevanda, e le osterie diventavano luogo di nascita di miti e leggende.
Quando si viene a sapere di un fatto accaduto lo si racconta ad un amico che sicuramente lo spiffererà aggiungendo particolari per enfatizzare la vicenda….. ad un altro…. che lo rivelerà ad un altro …..mettendoci del suo, e così via. In questo modo il protagonista del fattaccio diventa soggetto di azioni mai svolte prima che, come Renzo, da montanaro manifestante nella folla diviene pericoloso criminale. O almeno così lo credono tutti!

“- Non si sa; sarà scappato, o sarà nascosto in Milano: son gente che non ha né casa né tetto, e trovan per tutto da alloggiare e da rintanarsi: però finché il diavolo può, e vuole aiutarli: ci dan poi dentro quando meno se lo pensano; perché, quando la pera è matura, convien che caschi. […] Renzo quel poco mangiare era andato in tanto veleno. Gli pareva mill'anni d'esser fuori e lontano da quell'osteria, da quel paese; e più di dieci volte aveva detto a sé stesso: andiamo, andiamo.”

Attenzione dunque: non sempre le parole pronunciate in osteria sono così innocue come sembrano!

Federica Bertagnin

21 gennaio 2011

Renzo in città: un pesce fuor d'acqua

 
“..e andò dietro a uno che, fatto un fascio d'asse spezzate e di schegge, se lo mise in ispalla, avviandosi, come gli altri […] La voglia d'osservar gli avvenimenti non poté fare che il montanaro, quando gli si scoprì davanti la gran mole, non si soffermasse a guardare in su, con la bocca aperta. Studiò poi il passo, per raggiunger colui che aveva preso come per guida..”


Chi non si sentirebbe spaesato a dover lasciare le abitudini lente e monotone del suo piccolo paese per ritrovarsi forzatamente catapultato nella caotica città? A Renzo è successo proprio questo. Abituato alla sua semplice vita a Pescarenico, sveglia alle quattro e mezzo di mattina, lavoro alla filanda, pranzo e cena (se ce n’era), si ritrova a dover lasciare la sua quotidianità per rifugiarsi a Milano nel convento del Frate Bonaventura sotto consiglio di Fra Cristoforo. 
Il nostro eroe parte a piedi dal suo paesino e si trova, una volta arrivato nella grande città, coinvolto nel bel mezzo della rivolta del pane, tumulto popolare scatenatosi a causa di un susseguirsi di cambiamenti sul prezzo di questo bene di prima necessità. Ma un contadino in città è come un pesce fuor d’acqua! Non ragiona con la propria testa, si lascia coinvolgere dagli avvenimenti emulando chi si trova di fronte. Renzo possiede poche informazioni sulla rivolta in corso, ma nonostante ciò cerca di farsi strada tra la folla e arriva ad essere uno degli uomini che trattengono i rivoltosi per permettere alla carrozza di Antonio Ferrer di passare. Renzo non è ben cosciente di quello che fa, ma si schiera dalla parte del popolo irruento trascinato nella mischia.  
Il trovarsi spaesato non è capitato solo a Renzo ne “I Promessi sposi”, ma è un tema che si ritrova in molte altre storie, favole o film. Ha origini molto antiche, per esempio, nella nota favola di Esopo, “Il topo di città e il topo di campagna”.
Scritta nel VI secolo a.C. racconta di due topolini che invidiosi l’uno della vita apparentemente agiata dell’altro, si scambiano i ruoli. Il topo di campagna si trova in città con cibo in abbondanza, ma costretto a mangiare di corsa a causa di un brutto cane che lo rincorre; l’altro topolino, invece, si trova in campagna, può mangiare in pace ma il cibo è scarso. Alla fine entrambi decidono di tornare alla loro vita. 
Da questa antica favola prende spunto il capolavoro cinematografico di Castellano e Pipolo  “Il ragazzo di campagna ”. In questo film Renato Pozzetto interpreta Artemio, un contadino che arrivato alla soglia dei quarant’anni decide di lasciare la monotonia del suo paese natio per trasferirsi a Milano, la grande città. Un po’ come un Renzo moderno parte e arriva a nella metropoli e si fa subito riconoscere grazie alla sua entrata…in trattore!
Come Tramaglino è spaesato e oserei dire un po’ tonto, si lascia coinvolgere nelle situazioni più particolari perché: “Beh, Milano è Milano!”. Non riesce a decidere cosa sia bene e cosa male poiché per lui, come per Renzo, tutto è giustificato dal trovarsi in città. Alla fine, però, rinuncia all’avventura e ritorna dalla mamma nel paese che il venerdì festeggia con alta attenzione il passaggio del treno!
Con il passare del tempo, però, la differenza tra campagna e città è piuttosto diminuita, poiché grazie ai veloci mezzi di comunicazione anche fuori dalle metropoli arrivano le notizie e la vita frenetica scandita dal susseguirsi impegni si ritrova anche nei paesi. Tutti gli esempi di ”contadino in città” portano però, alla fine, al ritorno in campagna. Forse perché ognuno si trova bene dove è abituato a stare, chi con le macchine veloci, chi con il chicchirichì del gallo come sveglia la mattina.

Sara Adami 2Ds

17 gennaio 2011

EPOCHE DIVERSE, MALCONTENTO COMUNE


                                                                     

Nel dodicesimo capitolo de “I promessi sposi” Manzoni delinea il periodo storico di una città, Milano, in rivolta. Gli animi in fermento portano l’11 novembre 1628 a una rivolta popolare, descritta dall’autore attraverso le reazioni istintive della folla, che vede il suo apice nell’assalto al forno e alla casa del vicario.
Ma quale fu la causa di tutto ciò? Immediata risposta si trova nella grave situazione di carestia che colpì per due anni Milano e nel malgoverno di politici spagnoli.  Fu questo il caso ad esempio di Ferrer che, abbassando il prezzo del pane, peggiorò irrimediabilmente la situazione di crisi. Cosi quando una commissione ebbe la  responsabilità di fissare un rincaro del prezzo del pane, il malcontento generale dilagò.
Situazioni fisse e periodiche di ogni epoca che, a seguito del malcontento del popolo, portano a repressioni più o meno violente.
Scene di tal genere si verificavano 400 anni fa e si verificano tutt’oggi. Cause: varie. Si passa dagli scontri a Genova nel 2001 in occasione della riunione dei governanti dei maggiori paesi industrializzati, alla più recente manifestazione studentesca del 14 dicembre 2010 che ha coinvolto studenti contrari alla riforma Gelmini
 Il più delle volte, in queste situazioni, un solo sasso scagliato alla cieca è presupposto di tumulti della folla contro le forze dell’ordine, centro di sfogo per la rabbia e la delusione. La mancanza di forze dell’ordine invece, porterebbe raramente il gruppo di manifestanti ad azioni di violenza che nel momento preciso agiscono liberamente, senza ragione. Infatti in una tale situazioni di malessere qualunque cosa che prima veniva vista sbagliata, se fatta da uno, porta la coscienza umana a ritornare sulla propria posizione e compiere lo stesso gesto.
“Sono un uomo come tanti. E faccio il poliziotto. Forse ho colpito gente che non lo meritava. Ma io mi sono voltato a guardare piazza del Popolo dopo averla liberata dai manifestanti. E già sapevo che qualcuno avrebbe detto... "ma la polizia perchè ha permesso tutto questo?" O anche "è successo perchè i poliziotti hanno provocato". E sentivo il numero dei poliziotti feriti che saliva. 57 feriti è statistica. 57 uomini sono 57 storie.[…] Le nostre ferite non le ostentiamo. Noi. Che non siamo diversi da "voi". Che non odiamo ma possiamo avere paura. Che non vorremmo dover colpire ma a volte dobbiamo farlo. Che mercoledì 22 saremo ancora in piazza. E sui mezzi che ci portano ore prima sui luoghi più caldi ci diremo che mancano tre giorni a Natale. E che... al ritorno... speriamo di essere tutti e di non dover pensare che c’è un collega a cui far visita in ospedale.” (Corriere della sera)
Questo è ciò che succede nella nostra realtà, ma se ci soffermassimo ad analizzare altre situazioni potremmo riconoscere che ciò che succedeva in Italia nel 1628 e ciò che succede oggi, a confronto, sembra una banalità. Un esempio? La Tunisia oggi.

Sergio Paiu

7 gennaio 2011

MONACA PER SCELTA O MONACA PER IMPOSIZIONE


 

"… Il buon prete cominciò ad interrogarla nella forma prescritta dalle regole:” sente lei in cuor suo una libera risoluzione di farsi monaca?Non sono state adoperate minacce o lusinghe?... la vera risposta s’affacciò alla mente di Gertrude con un’evidenza terribile …"
Alla domanda:” Ti piacerebbe farti monaca??” quante di noi risponderebbero con un semplice ma diretto: -”No Grazie!”. Eppure una volta questa possibilità di scelta non esisteva nemmeno. Ai tempi di Renzo e Lucia la professione futura era una di quelle cose scelte dai genitori per ilnfiglio ancora prima che nascesse, addirittura prima di decidere il nome. Per le fanciulle non c’erano molte opzioni, o diventavi una casalinga destinata a rinchiudersi in casa e partorire figli per il resto della vita, oppure entravi a fare parte del mondo ecclesiastico. I ragazzi invece dovevano seguire le orme dei loro padri. Ed ecco che i figli venivano cresciuti fin da piccoli con l’idea di quello che sarebbero poi diventati e tutto ciò che veniva detto loro era in funzione della strada che dovevano intraprendere. Così è toccato anche alla povera Gertrude una principessina un po’ fuori dal normale. La sorte volle farla monaca ma la sua volontà era assai diversa.
“…Tutte le parole di questo genere stampavano nel cervello della fanciullina l’idea che lei doveva esser monaca; ma quelle che venivan dalla bocca del padre, facevan più effetto di tutte l’altre insieme…”
 Nei promessi Sposi ci troviamo quindi di fronte a un personaggio differente dal solito, con una storia molto particolare. Una persona combattuta su quello che sarebbe dovuto essere il suo futuro, ma che in realtà non aveva scelta,nil suo percorso era ormai segnato, le porte del convento spalancate davanti a sé e le suore pronte ad accoglierla in qualsiasi momento. E così era per tante, non solo per lei. Ecco quindi che la maggioranza delle suore che si trovavano all’interno del convento non erano li per vocazione ma perché costrette, al contrario di oggi dove una ragazza si fa suora oppure un ragazzo prete solamente se lo desidera e lo sente veramente. E’ vero che oggi i preti e le suore sono sempre meno, però allo stesso tempo ognuno ha la possibilità di costruire il proprio futuro decidendo da solo la strada da intraprendere. Se la povera Gertrude si fosse trovata a vivere in un’epoca come la nostra sicuramente non avrebbe scelto di fare la monaca e con lei chissà quante altre ragazze. Alla fine però nel romanzo sarà Gertrude ad ospitare nel suo convento Lucia  fuggita da Pescarenico. Gertrude è quindi una figura fondamentale dei Promessi Sposi, l’immagine di una donna che soffre perché costretta a percorrere una strada che non è la sua.
Quindi ragazzi dobbiamo sentirci fortunati ad essere nati in un’epoca come questa dove ognuno è libero di intraprendere la carriera che desidera, senza essere costretto a fare quello che gli viene imposto dagli altri,  ma soprattutto senza potersi ribellare. 

Valentina Gentilin 2Ds

14 dicembre 2010

Una suora speciale: la monaca di Monza




Il suo aspetto che poteva dimostrar venticinque anni, faceva a prima vista un’impressione di bellezza, ma d’una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi scomposta.(…)Due occhi neri neri  anch’essi, si fissavano talora in viso alle persone, con un’investigazione superba; talora si chinavano in fretta, come per cercar un nascondiglio; in certi momenti, un attento osservatore avrebbe argomentato che chiedessero affetto, corrispondenza, pietà; altre volte avrebbe creduto coglierci la rivelazione istantanea d’un odio inveterato e compresso.”

Manzoni introduce così nel nono capitolo un personaggio nuovo: la monaca di Monza. Attua, una digressione per spiegarci la storia triste, ma affascinante di questa monaca.

La monaca, chiamata da tutti la Signora, era nata nella famiglia di un principe e le era stato dato il nome di Gertrude. Il patrimonio del padre era destinato al primogenito, ed essendo Gertrude l’ultima nata, fu fin da bambina abituata alla vita del monastero, i regali che riceveva erano, dunque, bambole vestite da suora o santini.

A sei anni fu inviata in un convento di religiose, a Monza, per l’educazione e l’istradamento. Nell’abbazia era considerata una bambina diversa dalle altre, sia perché figlia del principe, sia perché alcune suore erano d’accordo col padre sul destino della piccola. Lei non aveva idee chiare per il futuro, ma non aveva alcun’intenzione di diventare suora. Mentre il tempo trascorreva si incamminava sempre più in un vicolo cieco e spinta dalle sue compagne scrisse una supplica al vicariato per poter entrare in convento, ma poi si pentì. Decisa nel non voler farsi suora, su suggerimento di una religiosa, scrisse una lettera al padre dove esprimeva la volontà di rimanere laica. Il padre non vide bene quella lettera e per la ragazza non cambiò nulla.

La legge prevedeva che prima dell’ammissione al noviziato ogni ragazza dovesse trascorrere un mese nella casa natale. La ragazza sperava di impietosire il padre con pianti e preghiere costringendolo a non imporle il monastero. Ma nella casa del padre nessuno la ascoltò e quando arrischiava timidamente qualche parola veniva corrisposta con uno sguardo distratto sprezzante o severo. L’unica persona che la badava era un paggio a cui si era affezionata. Scrisse una lettera, ma venne scoperta da una serva che portò il testo al principe. I genitori approfittarono di questo nuovo fatto ed esercitarono su di lei un forte influsso psicologico perché rinunciasse ai suoi desideri.

Il principe raggiunse quindi il suo scopo, perché la ragazza vide come unica liberazione il monastero e scrisse così una lettera per chiedere perdono al padre.

Grazie alla figura presentata dal Manzoni si può capire come le persone che esercitano il proprio volere su un altro individuo fin dal momento in cui è bambino possono riuscire ad ottenere ciò che vogliono. Per ciò bisogna stare attenti a non farsi condizionare troppo da ciò che fanno o dicono gli altri, per non far sfuggire una vita, che è fin troppo preziosa, e non va sprecata per i comodi degli altri.

Chiara Capparotto

3 dicembre 2010

IL DOLORE PER LA LONTANANZA



“Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari;[…] Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana!”

Così Manzoni racconta le tristi parole che Lucia, una dei principali protagonisti del romanzo “I Promessi Sposi”, dice allontanandosi su una misera imbarcazione e salutando il suo piccolo paese lombardo, quel paese che l’aveva vista nascere, crescere, e nel quale molto probabilmente lei aveva anche progettato il suo futuro da sposa e madre di famiglia. Già, perché mai avrebbe pensato che un giorno si sarebbe dovuta allontanare dalla sua casa, gli amici, i monti, i fiumi … insomma, tutto ciò che fino a quel momento aveva osservato, conosciuto, amato.
Da questo passo, nel toccante discorso di Lucia, risalta quindi un sentimento esplicito di
nostalgia, ovvero di “dolore per il non ritorno”. La giovane infatti prova un desiderio penoso e melanconico per ciò che sta abbandonando per sempre e, innalzando una preghiera a Dio, vuole riacquistare la forza di vivere e di sperare, nonostante l’amara consapevolezza che i bei posti della sua infanzia e giovinezza saranno ormai troppo lontani.
Il termine “nostalgia” nasce grazie allo studio di un medico alsaziano che descrisse una strana malattia osservata tra i soldati svizzeri arruolati in reggimenti stranieri come mercenari e colti da febbre alta e da una profonda depressione che portava, in alcuni casi, anche al suicidio. Tutto ciò era causato da una canzone che ricordava a questi omaccioni le verdi colline e le mucche al pascolo della felice terra patria e che provocava loro questa nuova, dolorosa sindrome. Fu quindi successivamente e rigorosamente vietato intonare la canzone che diede origine ad una grande emozione ancora oggi provata da chiunque, almeno una volta nella vita.
Anche nella società moderna, con una maggiore possibilità di viaggiare rispetto al 1628, spesso si prova una leggera nostalgia di casa quando si è lontani da essa. C’è lo studente che va all’estero per effettuare degli studi; l’uomo meridionale che si sposta al Nord per cercare lavoro e fortuna; l’amico che si trasferisce in una città lontana perché ha cambiato casa. In tutte queste circostanze, capita di rimpiangere la lontananza da persone o luoghi cari, ma anche di un evento collocato nel passato che si vorrebbe rivivere.                          
La nostalgia, dunque, dalle parole del filologo Antonio Prete, “ci dice costantemente che tutto ciò che abbiamo vissuto, che abbiamo amato, che abbiamo coltivato nel passato, non tornerà più, non ci appartiene più …”. E Manzoni ce lo racconta con le parole di Lucia, giovane paesana costretta a separarsi da ciò che fino a quel momento aveva reso felice ogni giorno della sua vita. Ora lei andava incontro ad una realtà diversa, sconosciuta; andava incontro ad una vita nuova.

Martina Scortegagna

30 novembre 2010

IL "MAFIOSO" DON RODRIGO

La figura di Don Rodrigo nel romanzo “I Promessi Sposi” ricopre il ruolo dell’antagonista, cioè colui che ostacola il protagonista. È un personaggio di origine spagnola che, vittima della sua ricchezza, compie atti di violenza nei confronti dei cittadini agendo spesso attraverso i Bravi, uomini a suo servizio. Manzoni non presenta una descrizione fisica, ma attraverso le  azioni di Don Rodrigo si possono capire alcune caratteristiche del suo carattere. Si può considerare il tiranno del paese, infatti compie il male per la sicurezza della sua posizione sociale e per l’appoggio di persone poco scrupolose che gli garantiscono l’impunità. In sintesi si può dire che Don Rodrigo è un personaggio predisposto al male, un personaggio che pretende attraverso la violenza il rispetto dei compaesani. Nonostante sia malvagio Rodrigo non ha il coraggio delle sue azioni, anzi è intimorito dalle conseguenze che esse possono causare. Il suo obiettivo principale fu quello di impedire il matrimonio tra Renzo e Lucia, protagonisti del romanzo, costretti a scappare per salvare il loro amore. Probabilmente Don Rodrigo dopo le minacce di Padre Cristoforo avrebbe abbandonato l’impresa, ma vi rimane soprattutto per una questione di orgoglio personale.
A distanza di 400 anni paragonare Don Rodrigo ad un personaggio attuale è ben difficile e complesso: può esistere un Don Rodrigo dei nostri tempi? Potrebbe essere, oggigiorno, un pretesto valido intromettersi in un matrimonio per ottenere uno scopo ben preciso? Ne vale la pena nonostante non si ottengano buoni risultati?
A queste domande è difficile rispondere perché oggigiorno esistono organizzazioni di potere che agiscono in vari livelli: politico, scolastico, civile..Un esempio di queste è la mafia, un’organizzazione ormai diffusa ovunque che, nascosta agli occhi dei cittadini, sottostà al presidio di un’unica fonte, che attraverso dei collaboratori soddisfa le proprie richieste. Queste organizzazioni, quindi, sono gestite a livello gerarchico da un individuo che può essere paragonato al Don Rodrigo del seicento. Anche se operano in ambiti diversi, entrambi i Don Rodrigo agiscono per il male, ma la loro malvagità ha limiti diversi: il Don Rodrigo del seicento ha un limite preciso, mentre quello attuale supera i limiti della dignità civile.

Carolina Rossi

27 novembre 2010

GARZONI:IERI COME OGGI


I garzoni, o meglio conosciuti come garzoncelli data la modesta età di chi svolgeva questo lavoro, erano lavoratori dipendenti che svolgevano le faccende e commissioni più varie.
Nel corso della storia, da quella più antica a quella più recente, troviamo una varietà illimitata di esempi di garzoni che lavoravano per uno stipendio fisso. Basta pensare all’epoca romana, dove i piccoli proprietari terreni che avevano perso tutto, si mettevano al servizio dei grandi latifondisti per ricevere delle ricompense in denaro o appezzamenti di terra per poi avere un possedimento proprio. Ancor più “popolari” invece, erano i garzoni che trovavano impiego nelle botteghe o, in ambito più artistico, diventavano aiutanti di artisti.
Altro caso, è quando i garzoncelli erano semplicemente giovani fidati che effettuavano ogni genere di commissione in cambio di qualche “mancia”, con la quale comprare un pezzo di pane da mettere sotto i denti o qualche altro genere alimentare, per assicurarsi di finire la giornata con qualcosa nello stomaco!! Ed è proprio di questi giovani tuttofare che ci parla Manzoni ne I Promessi Sposi, dei quali l’esempio più caratteristico è Menico.
“Agnese andò a una casa vicina, a cercar Menico, ch’era un ragazzetto di circa dodici anni, sveglio la sua parte, e che, per via di cugini e cognati, veniva a essere un po’ suo nipote. Lo chiese ai parenti, come in prestito, per tutto quel giorno, <per un certo servizio>, diceva. ”
Come capiamo da questo passo del romanzo, Menico è un giovinetto di circa dodici anni, che per via di alcuni cugini e cognati risulta essere nipote di Agnese. Mostra vivacità ed allegria, ma allo stesso tempo è un ragazzo intelligente, del quale ci si può fidare. È infatti lui stesso che compie egregiamente la missione affidatagli da Agnese (ovviamente in cambio di qualche soldo)…insomma, un vero e proprio garzoncello!                                            
Ma i garzoni non sono figure solo del passato; anche oggi infatti, non c’è da stupirsi se ci imbattiamo in qualche “giovane Menico”, o meglio in qualche giovane che per arrotondare la paghetta decide di cercare lavoro. E anche loro, come i garzoni di una volta, partono dallo spazzare il pavimento e pulire i tavoli o passare e pulire utensili, per poi acquisire sempre più importanza e prestigio in quello che fanno.
Sembrerebbe quindi che il garzoncello fosse un impiego per tutti, ma non è affatto così, anzi! Bisognava essere molto svegli e impegnarsi in quello che si fa, per ottenere qualcosa in cambio…insomma, prendiamo esempio da Menico!
Matteo Fontana

26 novembre 2010

FRATI IERI, FRATI OGGI

“ <<Deo gratias.>> […] e subito, fatto un piccolo inchino familiare, venne avanti un laico cercatore cappuccino, con la sua bisaccia pendente alla spalla sinistra, e tenendone l’imboccatura attortigliata e stretta nelle due mani sul petto.
<<Oh fra Galdino!>> dissero le due donne.
 <<Il Signore sia con voi, >> disse il frate. <<Vengo alla cerca delle noci.>> “
Fra Galdino viene presentato dal Manzoni come una persona umile e con un grande senso pratico tipico di chi deve far quadrare i conti; è anche abile nel conquistare la fiducia delle persone, in quanto capace di ascoltare e comprendere i problemi delle persone ed ha una grande capacità comunicativa.  Nelle righe del terzo capitolo però, dove ci viene presentata appunto la sua figura, fra Galdino è chiamato ad eseguire un compito diverso e di notevole importanza: deve riferire a fra Cristoforo l’urgenza di Lucia di parlare con lui.
Manzoni, attraverso questo personaggio, vuole presentare la figura dei frati e sottolineare in particolare due aspetti: il primo è quello che differenzia la loro categoria da quella dei preti e della chiesa in generale. Quest’ultima veniva considerata corrotta e troppo attenta alla politica e materialista, a differenza dei frati ritenuti una classe a parte, autonoma e vicina alla gente. Il secondo scopo è quello di valorizzare il loro compito all’interno della società del tempo. I frati, infatti, venivano considerati come delle persone su cui poter fare affidamento e con cui poter parlare dei propri problemi, come farà Lucia con fra Cristoforo.
I frati erano ben visti dalla gente del paese che, durante i periodi nei quali essi bussavano di casa in casa per racimolare qualche provvista, era disposta a donare una parte del proprio raccolto questuanti.
Al giorno d’oggi i frati sono visti in modo diverso, come persone con cui poter parlare avere un rapporto di fiducia, anche se meno di un tempo. Oggi è cambiata sia la modalità di incontro che di dialogo. Innanzitutto non ci sono più molte possibilità di contatto con questa categoria religiosa, in quanto i frati vivono in conventi o in luoghi più isolati e poi perché comunque la società attuale non è più molto attenta a questo tipo di comunicazione e interazione. Inoltre, essendo più difficile l’incontro, diventa anche più difficile il dialogo in sé, e quindi il considerare i frati come confidenti.
Saremo capaci di riscoprire la profondità del messaggio che lo stile di vita dei frati cappuccini ci propone? 
Noemi Bolzon

20 novembre 2010

Azzecca Garbugli: un professionista al servizio del potere



‘…quel dottore alto, asciutto, pelato, col naso rosso, e una voglia di lampone sulla guancia. (…) Il dottore era in veste da camera, cioè coperto d’una toga ormai consunta, che gli aveva servito, per molto ai addietro, per perorare…’.Così Manzoni descrive l’avvocato Azzeccagarbugli né ‘I promessi Sposi. La figura di questo personaggio è lo stereotipo dell’avvocato così come lo si è inteso fino a pochi anni fa, un singolo professionista in un piccolo studio. Negli ultimi decenni tutto ciò è cambiato ed ora esistono uffici di grandi dimensioni in cui lavorano decine o addirittura centinaia di avvocati. Tali strutture assomigliano più
ad un’azienda che non alla realtà del dottor Azzeccagarbugli.
Questo non è l’unico aspetto della vicenda in cui si può notare un’evoluzione con profondi cambiamenti tra passato e presente.
Ad esempio, la soggezione con cui Renzo si rivolge ad Azzeccagarbugli è tipica della persona ignorante nei confronti di chi ha studiato e perciò “sa”.
E’ un tratto assai comune nel rapporto tra cliente e avvocato che rimase fino a quando la scolarizzazione di massa e la diffusione di radio, televisione, giornali e per ultimo internet hanno reso le persone meno ignoranti. I mezzi di informazione, infatti, hanno fatto diventare accessibili a tutti una serie di concetti che prima erano conosciuti solo dall’avvocato.
Se alcuni aspetti cambiano, altri invece rimangono invariati negli anni.
Con riferimento allo svolgimento della difesa da parte dell’avvocato, l’attività viene riassunta da Manzoni attraverso Azzeccagarbugli con una frase breve ma efficace: “All’avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi imbrogliarle.”
Questa regola può essere considerata valida anche adesso perché il cliente deve raccontare la verità al proprio avvocato in modo che egli possa capire quali siano le leggi che si possono usare per meglio difendere il proprio cliente. Manzoni usa la parola ‘imbrogliare’, ma il termine è forse un po’ eccessivo e non è sempre detto che sia così: spesso in un processo le cose non sono bianche o nere ma grigie e sta all’avvocato riuscire a far sì che la decisione sia favorevole al proprio assistito utilizzando al meglio le leggi.
Un’altra caratteristica immutata negli anni è la possibilità per l’avvocato di rifiutare l’incarico.
Leggendo questo passo ci si pone, infatti, una domanda: anche un professionista moderno avrebbe potuto comportarsi come Azzeccagarbugli? La risposta è sì, nel senso che nel momento in cui un qualsiasi avvocato ritiene di non poter più seguire il caso che gli è stato affidato, gli è concesso di interrompere il rapporto con il proprio cliente.
Manzoni descrive il rifiuto del Dottore in modo molto negativo: il personaggio è infatti prepotente, un po’ bugiardo e sicuramente vigliacco. Lo sarebbe anche un avvocato di oggi che rifiuta il caso per gli stessi motivi di Azzeccagarbugli. Tuttavia se l’avvocato non se la sente di difendere il cliente è meglio che rifiuti il caso piuttosto che accettarlo e seguirlo male.
Emma Tessari

16 novembre 2010

PECCATO E RINASCITA: IL CASO FRA CRISTOFORO


 "Ci sono delle parole così espressive e forti da non essere utilizzate dalle persone bene educate se non a denti stretti e in momenti di particolare fervore e che comunque, nonostante questo, riescono ad essere efficaci ed immediatamente comprensibili evidenziandone l’energia e la potenza primitiva". Così Manzoni, in poche righe nel  IV capitolo esprime l’essenza di Fra Cristoforo.
Si tratta di un personaggio dalla storia particolare che nella vita si è trovato a vestire panni diversi e fortemente in contrasto: da ricco figlio di mercante, amante della bella vita, a devoto frate cappuccino dedito all’espiazione del peccato di gioventù. Ciò che sorprende di più nella vicenda è la sua indole sempre propensa a proteggere i poveri dai soprusi dei signorotti. Questo suo modo d'essere l'accompagna in tutta la vita anche se cambiano le motivazioni che lo spingono ad agire a favore dei più deboli: dapprima la volontà di mettersi in mostra e di sfidare gli altri ricconi locali, poi, dopo la conversione, il desiderio di riuscire così a scontare la propria colpa.
Fra Cristoforo è continuamente perseguitato da un pensiero legato alla sua giovinezza: l’omicidio da lui compiuto contro un nobile in seguito ad una disputa per futili motivi. Lodovico (il nome che aveva prima di prendere i voti) non si era mai perdonato la facilità con cui aveva freddato l’uomo, e aveva deciso che l’unica cosa possibile da fare, a quel punto, fosse quella di diventare frate e di sperare nella misericordia divina continuando a proteggere gli oppressi senza usare la violenza.
Fra Cristoforo, nella sua esistenza, aveva sempre cercato di conciliare i contrasti e di placare gli scontri, ma nella prima parte della sua vita aveva come scopo quello di emergere rispetto agli altri. Più tardi  il suo obiettivo fu semplicemente l'evitare il  ripetersi di episodi simili.  Questo modo di agire ricorda un po’ un ex brigatista, Roberto Adamoli, il quale, negli anni ’70, partecipò alla pianificazione di diversi attentati ed ora lavora presso la comunità di Don Mazzi per il recupero di persone con problemi sociali. Se prima l’intento era quello di migliorare la società, di spazzare via la mala politica e la corruzione attraverso il terrorismo, dopo il processo e la condanna qualcosa è cambiato ed ha capito che una nazione si può migliorare solo partendo dalle persone meno considerate, gli scarti, anche se questo può voler dire non far sentire la propria voce in modo prorompente.

Eleonora Ciscato