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18 marzo 2011

Due persone agli antipodi: don Abbondio VS il cardinale Borromeo


"[…]Don Abbondio stava zitto; ma non era più quel silenzio forzato e impaziente: stava zitto come chi ha più cose da pensare che da dire. Le parole che sentiva, eran conseguenze inaspettate, applicazioni nuove, ma d' una dottrina antica però nella sua mente, e non contrastata. Il male degli altri, dalla considerazion del quale l' aveva sempre distratto la paura del proprio, gli faceva ora una nuova impressione[…]"

La seconda parte del capitolo XX e l’ inizio di quello successivo dei Promessi Sposi, sono interamente occupate dal colloquio fra il Cardinale Borromeo e Don Abbondio. Il curato viene chiamato alla resa dei conti dal suo superiore per non aver celebrato il matrimonio tra Renzo  e Lucia. Anche  di fronte ai rimproveri, il povero cuor di leone,  non capisce che il suo vero compito doveva essere quello di santificare l’ amore tra Renzo e Lucia mediante il matrimonio. Il contrasto tra i due caratteri e le due coscienze in questo breve ma significativo incontro è inevitabile.    La sola cosa che unisce queste due figure probabilmente è la religione che si manifesta però in modi differenti. Don Abbondio come  la Monaca di Monza, è un personaggio fondamentale per il corso della storia. Le loro azioni e i loro comportamenti hanno effetti negativi per i due protagonisti. A loro si contrappongono Fra Cristoforo e Borromeo che, invece, cercano di favorire il loro amore. Don Abbondio aveva deciso di farsi prete seguendo il consiglio dei suoi familiari che, bene avevano capito come lui, essendo così debole, non fosse in grado di farsi rispettare e quanto la chiesa rappresentasse una potenziale forma di protezione. Lo spirito religioso che lo caratterizza è superficiale e meno autentico rispetto a quello del suo superiore.  Infatti il cardinale non aderisce alla religione  per “consiglio”  familiare ma solo dopo un lungo periodo di meditazione. Si può dire che Don Abbondio, trovandosi costretto a vivere in una società di prepotenti (quali ad esempio don Rodrigo, i bravi…), ha preso i voti per scappare dalle preoccupazioni senza però riflettere sui veri doveri ed obblighi nei confronti della comunità. Ciò che governa il suo carattere è la paura. Paura che gli impedisce di mettersi davanti alle sue responsabilità e di affrontarle, facendolo chiudere a “riccio”e scaricando le sue colpe sugli altri.  Don Abbondio afferma infatti: “Il Coraggio, uno non se lo può dare”. Il cardinale Borromeo invece, rappresenta un modello religioso da seguire, per i suoi atteggiamenti dolci, gentili,cortesi e anche se qualche volta bruschi, egli era sempre ammirato e stimato da tutti.
Originalissimo! Ecco, forse questa è la parola corretta per descrivere il colloquio tra i due. Ma ancora più significative sono le reazioni e le continue scuse e giustificazioni di Don Abbondio. È anche vero però, che se non fosse stato creato questo personaggio, il romanzo sarebbe finito nei i primi capitoli! 
E oggi,  quando una persona non adempie al proprio compito, cerca di discolparsi come ha fatto Don Abbondio?

Segato Giacomo Filippo

2Ds

15 ottobre 2010

E noi ve lo faremo piacere.



Dovevano essere venticinque lettori. Questo almeno è quello che pensava il buon Alessandro Manzoni quando, nel 1827, offre alle stampe la prima edizione de "I Promessi sposi". E ce lo dice pure ripetutamente nelle numerose pagine del suo romanzo. Sono passati quasi due secoli e quei venticinque lettori sono diventati molti più di 25 milioni. Un'opera nata quando interessarsi al romanzo era come dichiararsi sempliciotto e sprovveduto ha invece condizionato almeno quanto la Divina Commedia la letteratura e la cultura italiana. Possiamo proprio usare questa parola, "italiana", perchè oltre a condizionarla l'ha proprio creata. Una sorta di motore propulsore, un inpout che ha dato la spinta ad altri romanzieri ad occuparsi di questo genere considerato minore, di serie C, per donne ( e all'apoca questa era un'offesa), un genere inferiore alla lirica o al teatro tragico, i due capisaldi su cui si fondava il primato della letteratura italiana.
Ma noi ve lo faremo piacere, perchè questo romanzo scritto in tre step tra il 1821 e il 1840, con diverse revisioni e trasformazioni, scritto da un uomo che non si è più avvicinato ai romanzi e che li considerava come un errore di (semi) gioventù, è un signor romanzo. Odiato e bistrattato dagli studenti perchè se lo vedono sbattuto lì davanti sotto forma d'obbligo, mal ricordato da quanti l'hanno letto, è comunque dotato di un intreccio straordinario e di uno spessore nella descrizione dei personaggi che non ha pari. Viaggeremo un po' alla volta, per quasi un anno, tra le pagine di questo romanzo. Ci soffermeremo su alcuni personaggi, sui problemi dell'epoca, sulle descrizioni di luoghi e paesaggi, ma soprattutto faremo di tutto per riuscire ad attualizzare il più possibile il contenuto. Quel Renzo, così genuino e simpatico, personaggio in cui molti tendono ad immedesimarsi, e quella Lucia, spesso antipatica nella sua immobilità, o ancora quel Don Abbondio, pretino di campagna incapace di prendersi le proprie responsabilità, ci faranno compagnia. Ma non pensate che dovremmo per forza andarci d'accordo, perchè con alcuni ci arrabbieremo, li prenderemo in giro e proveremo ad immaginare come potrebbero essere oggi i loro cloni moderni. Perchè è pur sempre vero che un Don Rodrigo, un Cardinale Borromeo, un'Agnese, anche oggi esistono, ma hanno altri nomi. E gli innamorati che devono scontrarsi con le famiglie di origine per arrivare all'altare ci sono ancora, anche se meno di un tempo.
Un'opera insomma che ha voluto far riflettere, in un'epoca in cui l'Italia sembrava non rendersi conto che era necessaria una presa d'atto della propria situazione politica, perennemente in balia degli stranieri pronti a conquistare, e della propria condizione di bisonti irremovibilmente statici, incapaci di guardare avanti e cercare di accordarsi per unirsi, per trasformare una nazione fatta di stati e staterelli di dominio estero in una vera e propria potenza.
E Manzoni critica, sottilmenete e senza prendersene la responsabilità (pensiamo allo stratagemma del finto ritrovamento della versione originale) e le sue critiche muoveranno gli animi dei lettori......che un po' alla volta si renderanno conto che anche un libro può educare e far riflettere.
Anche per noi "I Promessi sposi" serviranno a ciò? Forse no, probabilmente no, ma ci faranno capire quanto un opera può cambiare il destino di una nazione, e di una cultura.

Simone Ariot