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8 febbraio 2011

Lucia, Azzeccagarbugli & Co: un nome una garazia

“Don Rodrigo […] buttò la briglia al Tiradritto, uno dei suoi al seguito. Si levò lo schioppo, e lo consegnò al Montanarolo […] si cavò poi di tasca alcune berlinghe e le diede al Tanabuso […]. Intanto i tre bravi sopraddetti e lo Sqinternotto ch’era il quarto (oh! vedete che bei nomi da serbarceli con tanta cura) rimasero coi tre dell’innominato […]a giocare, a trincare, e a raccontarsi a vicenda le loro prodezze.”

Le persone vengono identificate con il loro nome per tutta la vita. Per questo motivo Manzoni scelse con molta cura come chiamare alcuni dei suoi personaggi, non in base al suono, ma per il significato e il messaggio da trasmettere ai lettori. Quasi affibbiando un’etichetta perenne, lo scrittore voleva far saltare agli occhi la caratteristica principale delle figure da lui descritte e imprimerle nella memoria di chi leggeva. Si riescono a distinguere i protagonisti degli antagonisti, i buoni dai cattivi, i violenti dai devoti a Dio. Viene data la possibilità di delineare un carattere senza conoscerlo. Tutto questo grazie ad una singola parola: il nome. Innescando una reazione a catena di idee e immagini si arriva a collegare questa serie di lettere con un carattere ben preciso. Basti pensare a Fra Cristoforo, dal latino colui che porta Cristo, che rimanda alla sua scelta fatta di servire la Chiesa. Perfino Lucia, la figura femminile più importante di tutto il romanzo, ha nel nome la purezza e devozione a Dio. Infatti Lucia viene da Luce e quindi dalla Luce Divina. Rodrigo, poi, oltre a richiamarne le origini spagnole, deriva dal germanico potente e ricco di gloria. Anche lo Sfregiato, uno dei bravi, rievoca i tagli e le lotte. Lo stesso personaggio se si fosse chiamato, ad esempio, Beniamino non sarebbe stato credibile. Oppure l’Innominato, così potente che il suo nome non può essere pronunciato, porta con sé un alone di mistero e di ignoto. Nel caso di alcuni bravi come Tiradritto, Montanarolo, Tanabuso e Squinternotto Manzoni conia dei nuovi nomi unendo due parole, proprio come con Azzeccagarbugli. Dal nome dell’avvocato già si capisce che quest’uomo è certamente in grado di “tirare fuori dai pasticci” chi si rivolge a lui, magari non sempre in modo chiaro.
Questo stesso espediente per definire un personaggio grazie al suo nome era stato precedentemente utilizzato da Dante Alighieri. Nel XXI canto dell’Inferno nella Divina Commedia Dante incontra in una bolgia i Malebranche, un gruppo di diavoli. Le entità malvagie hanno nomi come Rubicante, da rabbia e quindi il rabbioso, Cagnazzo, che si riferisce al suo aspetto animalesco e Graffiacane che rimanda agli artigli della creatura. Infine quando Dante arriva in Paradiso trova come sua guida Beatrice, il cui nome deriva da beato ed è quindi un’anima pura e vicina a Dio.
Marina Picardi

18 ottobre 2010

Don Abbondio, un ignavo alla corte dei malvagi.....senza saperlo

 


Don Abbondio: un ingnavo alla riva del lago!





Il suo sistema consisteva principalmente nello scansar tutti i contrasti, e nel cedere, in quelli che non poteva scansare() Se si trovava assolutamente costretto a prendere parte tra due contendenti, stava col più forte, sempre però alla retroguardia, e procurando di far vedere allaltro che egli non gli era volontariamente nemico: pareva che egli gli dicesse: ma perché non avete saputo essere voi il più forte? Chio mi sarei messo dalla vostra parte.

Con queste parole Manzoni ci introduce Don Abbondio, un personaggio statico, dal carattere pieghevole, divenuto prete perché, resosi conto di essere debole, aveva capito che solo in quella condizione avrebbe potuto difendersi da un mondo difficile. Un mondo grande, formato da persone potenti e influenti , in cui i più timorosi e incerti come lui, trovano più conveniente essere la carrozza di un treno che va dove il locomotore la porta.
Don Abbondio, era sì un uomo debole e sottomesso, ma talvolta si dimostrava anche altezzoso e abbastanza forte nei confronti dei deboli come lui; ne è un esempio il colloquio con Renzo nel 2°capitolo, in cui per metterlo in difficoltà il prete parla al promesso sposo in latino, lingua che ovviamente quest’ultimo non conosceva.
In tutta la sua vita non gli era mai successo niente di male perché era un galantuomo, almeno così diceva per giustificare tale situazione, ed era uno di quegli uomini che Dante avrebbe annoverato tra gli Ignavi nella “Divina Commedia” .
Era uno che potrebbe essere definito come un uomo “senz’arte né parte”, perché non prende mai posizione e non dice le sue opinioni, ma al contrario preferisce tacere e fare la spia solo se gli viene chiesto da qualcuno che è più forte di lui.
In ogni categoria cè un Don Abbondio, ovvero uno che dice: io non voglio avere problemi e che ascolta solo ma non commenta per paura di andare nei pasticci.
Sono persone delle quali è difficile fidarsi, perché sono pronte a fare la spia se gli viene richiesto, e che secondo me non sono in grado di sfruttare le possibilità date, come la parola, per segnalare la loro presenza, per crearsi un posto allinterno della comunità o del gruppo di cui fanno parte.
Sono anche persone sulle quali si può difficilmente contare, persone che ti possono girare le spalle in un batter docchio insomma persone spregevoli e tali da essere ingiuriate.
Valentina Bastianello