17 maggio 2011

FACCIAMO LA PACE?


“Ah gli perdono! gli perdono davvero, gli perdono per sempre!” esclamò il giovine.

Nel capitolo XXXV dei Promessi Sposi, in una tragica descrizione del Lazzaretto, Renzo incontra padre Cristoforo. Il giovane, raccontate le sue disavventure, dice di essere alla ricerca di Lucia, la quale se è ancora viva si dovrebbe trovare nel recinto preposto alle donne dove il padre lo autorizza ad entrare. Ma se al contrario la sua futura sposa dovesse essere morta, egli sarebbe pronto a vendicarsi nei confronti di don Rodrigo. Allora, con grande fermezza e ricordando la sua esperienza di assassinio, fra Cristoforo rimprovera Renzo e lo convince al perdono.
Rinunciando ad ogni rivalsa e vincendo il rancore si impara a sopportare, scusare e compiere dunque la più nobile delle azioni che avrà sicuramente effetti positivi su entrambi i soggetti interessati. Perdonare non è sinonimo di dimenticare visto che quasi sempre i torti subiti rappresentano anche delle conseguenze indelebili per la vittima; spesso è considerato un segno di debolezza ma al contrario aiuta ad essere in pace con se stessi e sopperire quel malessere che accompagna il periodo di astio o addirittura il desiderio di vendetta.
Il perdono è il presupposto per l’amore di coppia, per l’amicizia, per una vita felice e priva del peso di trovare un modo con cui “farla pagare” all’altro. E’ come voltar pagina e ricominciare da capo, arricchiti di nuove esperienze e quindi con una minore probabilità di sbagliare.
Sfortunatamente oggi molte persone stanno perdendo questa buona abitudine e preferiscono agire d’istinto, escludere a priori la possibilità di una riconciliazione e pertanto cadere nell’illusione di essere “forti” perché non si sottomettono per prime. Si tratta di un gesto a volte doloroso che può richiedere molto tempo, ma utile e segno di grande maturità; sono i bambini infatti che tengono il broncio!
Anche per me non è sempre facile perdonare ma più che selezionare i torti che meritano il perdono e quelli che non lo meritano, è bene riconoscere, come dice Voltaire, che “siamo tutti impastati di debolezze e di errori: perdonarci reciprocamente le nostre balordaggini è la prima legge di natura”. A volte si dovrebbe dunque guardare prima sé stessi e poi, con tanto amore, valutare gli sbagli degli altri.  

Martina Scortegagna

9 maggio 2011

Ad ogni secolo la sua epidemia



La peste è un vero e proprio personaggio del nostro romanzo che viene raccontata dal Manzoni in tutti i suoi dettagli più raccapriccianti.
Ha provocato centinaia di migliaia di morti e decimato la popolazione, esplodendo rapida e violenta manifestandosi attraverso spasmi, delirio e dalla presenza di bubboni e lividi funesti.
Nel corso della storia vi sono state molte epidemie che hanno afflitto il genere umano come ad esempio il colera o il vaiolo.Con il progresso di questo secolo, le innovazioni tecnologiche e in campo della sanità, la paura di una nuova simile calamità è scomparsa.
Ma attenzione che non è come sembra!
Oggi le grandi epidemie non si sono ancora estinte perché,anche se in molti non lo sanno, c'è chi dice che l'AIDS sia la peste del Duemila.
Il continente nero nel prossimo decennio potrebbe essere cancellato da questa malattia.
Vi sono 23 milioni di sieropositivi ed il numero è sempre in crescita.
L'AIDS è la sindrome di immunodeficienza acquisita che toglie le difese immunitarie dell'organismo rendendolo così vulnerabile ed anche una semplicissima influenza potrebbe portare alla morte.Il contagio di questa malattia non è per via aerea come la peste, ma avviene quando il virus entra nel sangue e quindi sessualmente, con lo scambio di siringhe, trasfusioni o situazioni analoghe.
L’ignoranza un’altra volta è colpevole di questa diffusione. Sono troppe le persone che non sanno o che non si rendono conto della gravità del problema.Le giuste prevenzioni per evitare la diffusione dell’AIDS ci sono ,ma spesso vengono ignorate.
La diffusione di questa malattia è ormai fuori controllo.
Si sa che questo problema esiste ma non c’è la forza di rendersene conto perché farlo vorrebbe dire rinunciare a determinate cose come la libera sessualità ad esempio, o come con la peste si ha semplicemente paura di ammettere la realtà.
Non dobbiamo rischiare di commettere gli stessi errori che i Promessi Sposi ci sottolineano.
L’incapacità di ammettere l’esistenza di un’ epidemia così pericolosa ha portato alla morte troppe persone, oggi quest’errore non può essere tollerabile perciò coraggio e informatevi perché oggi la peste del Duemila è maggiormente sviluppata in Africa,ma domani potrebbe bussare alla nostra porta.

Tea Posenato 2Ds
                                                                                                                 

2 maggio 2011

RAZZIE: OLTRE AL DANNO LA BEFFA!


..Ciò che c'era da godere o da portar via, spariva; il rimanente, lo distruggevano o lo rovinavano; i mobili diventavan legna, le case, stalle: senza parlar delle busse, delle ferite, degli stupri. [...] Non trovando piú da far preda, con tanto piú furore facevano sperpero del resto, uciavan le botti votate da quelli, gli usci delle stanze dove non c'era piú nulla, davan fuoco anche alle case; e con tanta piú rabbia, s'intende, maltrattavan le persone; e così di peggio in peggio, per venti giorni...”


Ladroni, sciacalli, mercenari, pirati, predoni, razziatori, briganti: sono loro i protagonisti di questa storia. Il racconto inizia con la nascita stessa dell'uomo e trova sviluppo quando l'essere umano impara l'arte bellica e con essa pratica la razzia. Il conquistatore non si limita ad avanzare e a combattere nei territori stranieri con il proprio esercito, ma dopo aver vinto il popolo nemico lo deruba di ogni suo bene, spargendo terrore e distruzione.
Anche gli antichi Romani, in seguito alle loro battaglie, saccheggiavano le città conquistate e spartivano il bottino ottenuto- complessivo di oro, armi, servi, donne- tra i combattenti, usanza che viene testimoniata, ad esempio, ne “ L'Iliade”.
La storia continua con la celebre razzia della Basilica di san Pietro a Roma nel' 846, messa in scena dai Saraceni. Proprio dopo questa depredazione venne progettata e costruita la cinta muraria che protegge il Colle Vaticano e san Pietro.
Nel 934 i Saraceni sono ancora i protagonisti della “favola” saccheggiando Genova con una flotta di 20 navi, tappa saliente della calata araba nella penisola italiana.
Non sono solo gli Islamici a compiere incursioni di questo tipo, ma anche i Cristiani che, durante le Crociate per la liberazione di Gerusalemme, razziano le città che incontrano e la stessa città santa. Si ricorda in particolare la quarta crociata durante la quale la rotta venne modificata e gli eserciti giunsero a Costantinopoli che saccheggiarono e derubarono.
Nel 1527 i Lanzichenecchi, soldati mercenari provenienti dalla Scandinavia, mettono a ferro e fuoco Roma nel celebre “Sacco di Roma”, uno dei più famosi della storia.
L'esercito scandinavo compare anche ne “I promessi sposi”; la calata dei lanzichenecchi avviene quando Milano è messa in ginocchio sia dalla carestia che dalla peste bubbonica. I mercenari distruggono ciò che la malattia o la fame aveva risparmiato, rendendo ancora più debole la capitale lombarda.

Saccheggi di questo tipo non avvengono solo nei romanzi o nell'antichità, ma anche ai nostri giorni ed è per questo che questa storia non ha un finale.
Nel novembre 2010 la città di Vicenza è stata vittima di una grande alluvione che ha distrutto molti quartieri. L'acqua è penetrata nelle case, nei negozi, nelle scuole, nelle vite delle persone. In un momento di così grande difficoltà e disperazione i lanzichenecchi della nostra era hanno approfittato della situazione. Si sono verificati ripetuti atti di sciacallaggio in quasi tutte le zone della città. Questo è accaduto anche nelle realtà di disperazione dell' Abruzzo e di Haiti dopo la distruzione portata dal terremoto. Ecco perché le razzie non sono un capitolo chiuso
I saccheggi spogliano chi rimane ( i vinti- dall'esercito nemico, dalla peste, dall'acqua del fiume impazzito, dalla forza sovrumana della Terra) delle poche risorse per ricostruire la propria vita, della propria dignità; violentano l'uomo senza più nulla, come se la guerra non fosse stata abbastanza. Oltre al danno, la beffa!

Federica Bertagnin

28 aprile 2011

UN AMORE IMPOSSIBILE??



Don Abbondio e Perpetua,personaggi diversi ma allo stesso tempo simili e indispensabili l'uno per l'altro.
Lui cosi statico,debole e consapevole di esserlo,paranoico,ipocrita,egoista,continuamente sottomesso al potere,altezzoso e timoroso di tutto; un personaggio che non sopporto invece lei,una donna ”serva” del curato , fedele,affezionata e anche ubbidiente al proprio padrone. Convivono ma hanno lo stesso rapporto che avrebbe una coppia . Lui si confida con lei , raccontandole anche i segreti più intimi e lei cosi unita a lui cerca sempre di aiutarlo,senza tradirlo mai.
Ovviamente tra i due i litigi non mancano mai e soprattutto verso la fine del romanzo si intensificano sempre più!
Possiamo dire che sono come cane e gatto e questo loro rapporto particolare mi ricorda quello che esisteva tra Raimondo Vianello e Sandra Mondaini : due icone dello spettacolo , una delle coppie più amate dagli italiani.
Per la mia giovane età ricordo solo alcune puntate di “Casa Vianello” che guardavo quando ero con i nonni , ciò che so di loro l'ho letto soprattutto sui giornali al momento della loro scomparsa.
Il loro amore è nato sul set ed è durato un'intera esistenza,era un grande amore perchè ha superato anche l'ostilità del mondo dello spettacolo,che non è certo il posto ideale perchè si creino rapporti stabili e duraturi.
Sia come presentatori che come comici,erano sempre in contrasto tra loro , ma piacevano per questo:avevano trovato la formula giusta per il loro successo.
Anche Manzoni ci descrive Don Abbondio e Perpetua facendoli apparire cosi; per creare dei personaggi particolari che possano colpire l'attenzione e divertire il lettore,consapevole che possono non piacere ,come Don Abbondio che arriva a dar fastidio ed essere quasi “ridicolo”.
Chissà,magari tra i due sarebbe potuto nascere qualcosa,un'amore profondo e duraturo,se lui non avesse scelto di prendere una strada a senso unico?
Nonostante le numerose litigate ,che devono esserci ogni tanto in una coppia, erano sempre uniti forse anche perchè erano costretti a convivere!
Secondo me i due personaggi sono innamorati , magari devono ancora scoprirlo o forse sapendo che sarebbe un amore impossibile non ci pensano nemmeno.
Personalmente mi piacerebbero come coppia, ma voi cosa pensate,sarebbe un amore possibile quello tra Don Abbondio e Perpetua?

Veronica Rigodanza 2Ds

“Chiudere gli occhi” o accettare la realtà?



"In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali […]. Poi, non vera peste; vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente peste senza dubbio e senza contrasto.” Cap. XXXI

Nel capitolo XXXI entra in scena la peste. Se l’arrivo di una qualsiasi epidemia scatena paura nella popolazione, con la peste il terrore aumenta notevolmente. Tutti -dai più colti agli analfabeti- temono talmente l’idea del contagio da chiamarlo con i nomi più disparati, “sminuendolo” e sottovalutandolo. Così, pur di allontanare (e quindi di non affrontare) il pensiero di questa catastrofe, si crea attorno alla realtà un castello di menzogne. Per quanto grande diventi questo castello, però, nulla può impedire al problema, nascosto ma reale, di esplodere, in questo caso con effetti disastrosi.  L’aver ignorato la malattia porta, infatti, ad un contagio maggiore. Ai morti a causa della peste bisogna aggiungere poi quelli condannati come untori. Se proprio non si può negare l’evidenza, un colpevole contro il quale puntare il dito almeno impedisce di riconoscere la colpa di ogni persona nel non aver preso precauzioni.
Per vivere più tranquilli si dà una diversa interpretazione non solo come in questo caso della peste, ma di tutto quello che preoccupa. Si allontanano i problemi, magari quelli più pressanti e spinosi, per non sconvolgere un equilibrio, per non mettere a repentaglio la propria felicità. Proprio come cantavano i Beatles “vivere è facile con gli occhi chiusi”. Ma più si rimanda e occulta la questione, più la si avvicina. Si vorrebbero voltare le spalle ad un problema, fra finta che nulla accada. Ci si ripete che va tutto bene e ci si autoconvince di questo piuttosto che  “prendere il toro per le corna” e cercare una soluzione. Si vorrebbe accantonare ciò di più scomodo, sperando magari che si risolva da solo, proprio come era stato fatto con la peste del 1629. Mentre i secoli passano, però, la natura umana non cambia. Se si pensa all’incidente della centrale nucleare di Fukushima in Giappone e al fatto che il livello di radioattività sia risultato (ufficialmente) pari a quello di Chernobyl nel 1986 solo dopo giorni e giorni dal disastro nucleare. La situazione sembra non essere più sotto controllo a differenza delle dichiarazioni iniziali che erano più rassicuranti, ma probabilmente poco vere.
E voi? Preferite vivere con gli occhi chiusi,ma felici, oppure affrontare la non sempre facile realtà?

Marina Picardi

18 aprile 2011

BARCONE AVVISTATO: DON ABBONDIO SEDUTO A PRUA





Quando non c’è più niente da fare. Quanto ci si sente disperati, con l’acqua alla gola. Quando non ce la si fa più.
E’ in quel momento che la speranza appare solo una: la fuga.
Via, andare via da tutti e a da tutto, sciogliere ogni legame con quel mondo che sta stretto, che sembra solo un incubo.
E’ a quel punto che si paga un barcone malandato come se fosse una crociera. E’ in quel momento che si decide di mollare tutto, affrontare qualsiasi paura, attraversare l’Inferno piuttosto di trovare una vita nuova.
Purtroppo in questi giorni di storie con questo modello ce ne sono a migliaia e tutti le vedono, passano sotto gli occhi e sono in grado di suscitare anche qualche lacrima … pochi sopportano la disperazione altrui. Eppure risulta difficile intervenire davvero, risulta difficile accogliere chi si trova in una delle più grosse difficoltà umane.
Strano, se non sbaglio tutti i popoli hanno una storia che è stata toccata almeno una volta dalla fuga, dall’esodo, dall’emigrazione. Rifugiati politici, religiosi, clandestini, persone di ogni provenienza, con le più svariate intenzioni e i più ambiziosi sogni. Tutti con la stessa comune necessità di trovare un luogo accogliente, diverso da quello di partenza, che appare come un miraggio.
L’Ebreo che cerca la Terra Promessa, l’emigrante che va in America per farsi una “nuova vita” nel Nuovo Continente, il cervello dello studente giovane e preparato che fugge alla ricerca di incentivi al suo lavoro e la sua ricerca, l’Egiziano, il Tunisino, il Libico disperato che vuole andare in Europa, che vuole trovare un lavoro e poi chiamare lì la sua famiglia per vivere finalmente una vita dignitosa e soprattutto normale.
A quanti, nel proprio piccolo, non è successo di cercare una via di fuga estrema?
Persino il nostro Don Abbondio ha provato qualcosa del genere:


Possibile che nessuno mi voglia aiutare! Oh che gente! Aspettatemi almeno, che possa venire anch'io con voi; aspettate d'esser quindici o venti, da condurmi via insieme, ch'io non sia abbandonato.


Pensate, un uomo che già normalmente ha paura di ogni possibile problema o “impiccio” della vita, che si trova ad affrontare l’arrivo dei lanzichenecchi, con la fama talmente terribile da scatenare il panico prima del loro arrivo. Ovviamente, il nostro curato agisce come da copione:
pensa solo a se stesso e a trovare qualcuno che lo possa portare in salvo. Per fortuna Perpetua mantiene i nervi saldi e decide con Agnese di recarsi al castello dell’Innominato, da poco convertito e diventato fonte di salvezza per ogni vivente, per trovare rifugio. E assieme a loro molti poveri contadini, pastori e gente comune che all’improvviso si trova a dover scappare a causa degli affari e dei contrasti tra uomini ricchi e famosi che nemmeno si sono mai visti in giro, i cosiddetti “potenti”.
Insomma la storia è sempre quella, che si ripete con forme e nomi diversi, ma è sempre la stessa.
E voi? Vi è mai capitato di voler o dover fuggire?

Debora Carolo

13 aprile 2011

LAZZARETTO: LUOGO DI CURA O DI MORTE?

Il lazzaretto era un luogo di confinamento e d'isolamento per portatori di malattie contagiose, in particolar modo di lebbra e di peste. Nelle città costiere, come Venezia,era anche un luogo chiuso in cui merci e persone provenienti da paesi di possibile contagio dovevano trascorrere un soggiorno di determinata durata, spesso di quaranta giorni, da cui il termine quarantena.                                                                                                                       Sull'origine del nome "lazzaretto" ci sono due ipotesi: la prima viene ricondotta a quella del lebbroso Lazzaro venerato come protettore delle persone affette da tale morbo, la seconda invece richiama il primo lazzaretto, quello di Santa Maria di Nazareth a Venezia, il cui appellativo si è trasformato da Nazareth a nazaretto a lazzaretto. Durante i periodi di maggior contagio, tali luoghi si riempivano di ammalati che diventavano rapidamente cadaveri: le condizioni igieniche precarie invece che arginare un contagio, lo favorivano, con il sovraffollamento, la vicinanza con il personale medico, che facilmente si ammalava a sua volta, e la mancanza di alcune condizioni igieniche. In generale tale struttura ha pianta quadrata ed è posto nella periferia della città o comunque fuori dalle mura. Al centro è situata una chiesa in cui vengono anche seppelliti i cadaveri. Le camere, circa trecento, sono delle semplici celle che si affacciano sul portico mediante una finestra e una porticina. La struttura tipica della cella presenta, al centro della parete, un camino, alla sua sinistra, in una nicchia, il gabinetto arieggiato mediante una piccola feritoia, e l’acquaio in pietra arenaria, accanto al quale si trova un armadio a muro.    
Una serie di personaggi operavano all'interno del lazzaretto: dai medici bardati con mascherine con naso adunco (vedi foto) a barbieri, frati,guardiani, cuochi ed inservienti.
monatti erano addetti ai servizi più penosi e pericolosi della pestilenza: essi dovevano togliere i cadaveri dalle strade e dalle case e portarli alle fosse comuni, dovevano accompagnare i malati al lazzaretto e avevano il compito di bruciare gli oggeti infetti e di chiudere le case dei malati. Comunque, anche svolgendo questo lavoro, i monatti sono stati considerati persone spregevoli: essi infatti entravano nelle case per rubare e non avevano pietà e rispetto per i malati. Il loro abito rosso scuro ed il campanello legato al piede, che costituivano la loro triste divisa, erano per la popolazione indifesa simbolo dell'orrore della peste.
Venezia fu probabilmente la prima città ad allestire un lazzaretto in Italia. Altri lazzaretti importanti nel nostro Paese erano situati a Padova, Verona, Cagliari, Bergamo e ovviamente a Milano, protagonista del capitolo XXXI dei Promessi sposi. A Vicenza era situato presso l'attuale chiesa di San Giorgio in Gogna.                                            
Anche Campo Marzio però, pur non essendo un vero e proprio lazzaretto era comunque un luogo di raccolta di appestati e morenti.
Poco resta degli antichi lazzaretti oggi; a Milano sotto il portico superstite è murata una vecchia lapide che riporta le parole latine "O viandante il passo trattieni ma non il pianto".
                                                                                                    



10 aprile 2011

ESISTE ANCORA IL "COLTO DEL PAESE"?



“Uomo di studio, a cui non gli piaceva né di comandare né d’ubbidire”

Ed ecco Don Ferrante,  un personaggio dei Promessi Sposi, marito di donna Prassede, considerati il colto del paese, ammirato da tutti per la sua saggezza. Manzoni nel suo romanzo parla di questa figura con una leggera ironia e lo prende come esempio dello studioso dell’epoca. Scaffali pieni di libri e lunghe giornate passate a leggerli, oltre a una grande passione per l’astronomia .

“Don Ferrante passava di grand’ore nel suo studio, dove aveva una raccolta di libri considerabile, poco meno di trecento volumi: tutta roba scelta. Tutte opere delle riputate, in varie materie ;in ognuno delle quali era più o meno versato.”

 In realtà ai giorni d’oggi non esistono più figure come quella di Don Ferrante;  mentre una volta la cultura (e quindi di conseguenza lo stato sociale di una persona) si misuravano anche attraverso il numero di libri posseduti e letti, oggi i punti di riferimento sono ben altri. Durante il periodo Manzoniano,  gran parte della popolazione era analfabeta ed erano solamente in pochi coloro che avevano il privilegio di studiare, in questo modo c’era un forte dislivello culturale tra la gente. Gli analfabeti vedevano tutto ciò che veniva detto dalle persone che avevano studiato come qualcosa di estremamente vero e incontestabile, facendo nascere così il mito del “colto del paese”, colui che sa tutto. Oggi, invece, considerando che tutti hanno diritto a riceve un’istruzione scolastica di base, queste disparità tra la popolazione sono scomparse quasi del tutto. Le selezioni culturali però capitano a volte tra gli anziani del paese, dove pochi sono quelli che hanno concluso la scuola, e in questo caso le persone che svolgono” lavori importanti” godono di maggiore rispetto. Oggi giorno le parole dello studioso non vengono  prese sempre in considerazione perché di colti ce ne sono molti di più. La maggior parte della popolazione è in grado di farsi da sola una opinione che a volte può essere in contraddizione con quella degli studiosi. Secondo voi come si sarebbe trovato il nostro Don Ferrate a vivere in un’epoca come la nostra, dove una figura come la sua sarebbe stata una tra le tante?

Valentina Gentilin 

29 marzo 2011

LE TRE ‘C’ NELLA VITA DI LUCIA MONDELLA




Lucia Mondella è il personaggio più statico del romanzo ‘I Promessi Sposi’. Mentre altri personaggi si evolvono e, in alcuni casi, cambiano radicalmente lei non cambia di ‘una virgola’. È molto legata alla madre; è timida; agisce poco per paura del cambiamento e, a mio parere, è anche abbastanza noiosa.
Al giorno d’oggi donne con la personalità di Lucia sono più rare, poichè la vita offre più possibilità di un tempo: oggi risulterebbe un po’ ridicolo pensare che un ragazzo non voglia separarsi dai genitori. Quasi tutti i giovani, appena ne hanno l’occasione, se ne vanno di casa per fare nuove esperienze ma soprattutto perché vogliono costruirsi una vita propria, separata da quella dei genitori.
A questo proposito mi viene in mente un film che ho visto poco tempo fa al cinema dal titolo “Immaturi”.
Il film racconta la storia di un gruppo di adulti cui tocca la sfortuna di ripetere la maturità perché il loro esame, sostenuto vent’anni prima, viene annullato per delle irregolarità. Tra di loro c’è un quarantenne che vive ancora a casa con i genitori e non fa niente per cambiare questa situazione, probabilmente perché non ha ancora trovato nessun motivo per farlo.
Lucia Mondella, invece, esita ad andarsene di casa e a sposare Renzo perché ha paura dei cambiamenti: farlo, infatti, vorrebbe dire separarsi dalla madre e interrompere il continuo rapporto che ha con lei.
Quindi possiamo dire che la Casa è la prima ‘c’ di Lucia.
La seconda ‘c’ invece è ovviamente la Chiesa. La ragazza si affida in tutto per tutto al Signore e alla Provvidenza e tutto quello che accade, secondo lei, è già stato deciso lassù e quindi non bisogna, né si può, andare contro la volontà divina.
Penso che sia sbagliato il modo in cui si comporta Lucia, perché bisogna agire e non accettare passivamente quello che accade: come disse lo storico romano Sallustio, “faber est suae quisqe fortunae” e cioè ciascuno è l’autore del proprio destino o, per dirla più ‘terra terra’, ognuno è ciò che fa.
Esprimendo il concetto in matematica
C(asa) + C(hiesa) – C(ambiamenti) = Lucia

Voi invece cosa pensate? Ci si può opporre al proprio destino e quindi modificarlo oppure bisogna rimanere inermi e restare a guardare mentre la vita va avanti?

27 marzo 2011

Stessa persona, diverse identità




In seguito al colloquio tra Lucia e Agnese nel ventiseiesimo capitolo, con continui riferimenti a Renzo, il narratore ci informa degli ultimi sviluppi della vicenda del giovane. Nell’ottica deformante della burocrazia egli è infatti soltanto un nome su un documento che passa di mano in mano, da un funzionario all’altro. Più che un nome, nell’immaginario collettivo di politici insensibili e uomini che condannano facilmente, Renzo diventa “IL” nome agli occhi della giustizia che non si preoccupa minimamente di verificare come siano realmente i fatti, ma si limita all’apparenza, a ciò che si è sentito dire.
Accanto all’ingenuità di questi personaggi si aggiunge l’ironia dello stesso Manzoni che li rappresenta beffati da un umile popolano, il cugino Bortolo. Egli, oltre ad inventare storielle su Renzo per trarre in inganno i non pochi curiosi, riesce con le sue piccole astuzie a depistare la giustizia e a salvarlo, presentandolo in una nuova filanda sotto il nome fittizio di Antonio Rivolta.

“Bortolo lo condusse a un altro filatoio e lo presento sotto il nome di Antonio Rivolta, al padrone, ch’era nativo anche lui dello stato di Milano, e suo antico conoscente. [...] Alla prova poi, non ebbe che a lodarsi dell’acquisto; meno che gli era parso che il giovane dovesse essere un po’ stordito, perché, quando si chiamava: Antonio! le più volte non rispondeva.”

Ancora oggi la doppia identità rimane un simbolo di evasione da quello che si è in origine, per motivi molteplici, che possono essere di natura sociale, legati alla giustizia e non solo. Celebri esempi alimentati da questo tema sono i collaboratori di giustizia che devono cambiare connotati per sè e per i propri familiari ai fini della salvaguardia della propria vita.
L'utilizzo di doppie identità purtroppo si affianca troppo spesso anche a nomi di mafiosi; tra questi c’è il capo-mafia Bernardo Provenzano, latitante dal 1963. Si faceva chiamare Ingegner Lo Verde, era considerato il capo dei capi e nonostante molti sapessero la sua vera identità, ci sono voluti quasi 40 anni perché giustizia sia fatta (quarant’anni passati in buoni rapporti col sindaco di Palermo Vito Ciancimino, ma poi il “tradito” dal figlio di quest’ultimo, Massimo). Non si tratta però di personaggi inventati e "innocenti" come Renzo che, nel romanzo, attraverso stratagemmi fa perdere le tracce di sé; i personaggi attuali, seppur sotto diverse spoglie, sono comunque conosciuti tra le persone e chi per paura, chi per affari non li denuncia. Ed ecco alimentato un giro che è pane quotidiano specialmente nel sud Italia.

Bisognerebbe, forse, intraprendere una “caccia” sistematica perché di Ingegner Lo Verde ce ne sono troppi.


Sergio Paiu

18 marzo 2011

Due persone agli antipodi: don Abbondio VS il cardinale Borromeo


"[…]Don Abbondio stava zitto; ma non era più quel silenzio forzato e impaziente: stava zitto come chi ha più cose da pensare che da dire. Le parole che sentiva, eran conseguenze inaspettate, applicazioni nuove, ma d' una dottrina antica però nella sua mente, e non contrastata. Il male degli altri, dalla considerazion del quale l' aveva sempre distratto la paura del proprio, gli faceva ora una nuova impressione[…]"

La seconda parte del capitolo XX e l’ inizio di quello successivo dei Promessi Sposi, sono interamente occupate dal colloquio fra il Cardinale Borromeo e Don Abbondio. Il curato viene chiamato alla resa dei conti dal suo superiore per non aver celebrato il matrimonio tra Renzo  e Lucia. Anche  di fronte ai rimproveri, il povero cuor di leone,  non capisce che il suo vero compito doveva essere quello di santificare l’ amore tra Renzo e Lucia mediante il matrimonio. Il contrasto tra i due caratteri e le due coscienze in questo breve ma significativo incontro è inevitabile.    La sola cosa che unisce queste due figure probabilmente è la religione che si manifesta però in modi differenti. Don Abbondio come  la Monaca di Monza, è un personaggio fondamentale per il corso della storia. Le loro azioni e i loro comportamenti hanno effetti negativi per i due protagonisti. A loro si contrappongono Fra Cristoforo e Borromeo che, invece, cercano di favorire il loro amore. Don Abbondio aveva deciso di farsi prete seguendo il consiglio dei suoi familiari che, bene avevano capito come lui, essendo così debole, non fosse in grado di farsi rispettare e quanto la chiesa rappresentasse una potenziale forma di protezione. Lo spirito religioso che lo caratterizza è superficiale e meno autentico rispetto a quello del suo superiore.  Infatti il cardinale non aderisce alla religione  per “consiglio”  familiare ma solo dopo un lungo periodo di meditazione. Si può dire che Don Abbondio, trovandosi costretto a vivere in una società di prepotenti (quali ad esempio don Rodrigo, i bravi…), ha preso i voti per scappare dalle preoccupazioni senza però riflettere sui veri doveri ed obblighi nei confronti della comunità. Ciò che governa il suo carattere è la paura. Paura che gli impedisce di mettersi davanti alle sue responsabilità e di affrontarle, facendolo chiudere a “riccio”e scaricando le sue colpe sugli altri.  Don Abbondio afferma infatti: “Il Coraggio, uno non se lo può dare”. Il cardinale Borromeo invece, rappresenta un modello religioso da seguire, per i suoi atteggiamenti dolci, gentili,cortesi e anche se qualche volta bruschi, egli era sempre ammirato e stimato da tutti.
Originalissimo! Ecco, forse questa è la parola corretta per descrivere il colloquio tra i due. Ma ancora più significative sono le reazioni e le continue scuse e giustificazioni di Don Abbondio. È anche vero però, che se non fosse stato creato questo personaggio, il romanzo sarebbe finito nei i primi capitoli! 
E oggi,  quando una persona non adempie al proprio compito, cerca di discolparsi come ha fatto Don Abbondio?

Segato Giacomo Filippo

2Ds

3 marzo 2011

Una "strana" nonnina


“[…] Ma vedendo che tutti gl’incanti riuscivano inutili, «siete voi che non volete,» disse. «Non istate poi a dirgli ch’io non v’ho fatto coraggio. Mangerò io; e ne resterà più che abbastanza anche per voi, per quando metterete a giudizio, e vorrete ubbidire.»
[…] «Venite a letto: cosa volete far lì, accucciata come un cane? S’è mai visto rifiutare i comodi, quando si possono avere?»
« No, no; lasciatemi stare»
«Siete voi che lo volete. Ecco, io vi lascio il posto buono: mi metto incomoda per voi. Se volete venire a letto, sapete come avete a fare. Ricordatevi che v’ho pregata più volte.[…]"

La vecchia, descritta dal Manzoni, ci viene presentata per la prima volta alla fine del ventesimo capitolo mentre Lucia, rapita con l’inganno dai bravi dell’Innominato, sta arrivando alla taverna della Malanotte.
Questa locanda si trovava all’inizio di una ripida strada in salita che portava al castello dell’Innominato.
La vecchia era la fedele serva dell’Innominato e non poteva ribellarsi perché nata in un mondo in cui chi aveva potere poteva sottomettere le persone più deboli. Da giovane donna si era sposata con un servo, il quale morì in una spedizione pericolosa e, da quando accadde questo, lei uscì sempre meno dal castello. È una donna priva di sentimenti e questo si può notare dal fatto che il Manzoni non lascia spazio nella vita della donna all’amore, nemmeno descrivendo il suo matrimonio. Inoltre ci viene descritta come una figura con qualcosa di stregonesco e grottesco insieme: mento appuntato, occhi infossati e la presenza delle occhiaie.
In questo romanzo ha il compito di assistere Lucia durante la permanenza nella sua stanza facendole coraggio, offrendole cibo. Tutto questo perché l’Innominato gliel’ha ordinato, infatti svolge il suo lavoro senza mostrare nessun segno di compassione nei confronti di Lucia, ma pensando soltanto a mangiare e a dormire, due delle cose importanti nella vita di qualunque persona.

I nonni, di solito, con i loro nipotini, tendono ad essere affettuosi, gentili e capaci di farsi amare viziandoli, comprando loro il gelato o le caramelle che la madre non metterebbe mai dentro la borsa della spesa. Ma sanno farsi rispettare in qualsiasi maniera a seconda della situazione e dell’età del nipote. In molte circostanze, però, sostituiscono i genitori quando questi non possono occuparsi dei propri figli, portandoli al mercato o al parco giochi. In questo modo riescono a passare anche loro una giornata divertente e, se faticosa, l’hanno fatto per far divertire i loro nipotini. E i vostri nonni come si comportano?

Zarantonello Gessica, 2^Ds

23 febbraio 2011

ESSERE O NON ESSERE?


Ma c'era qualchedun altro in quello stesso castello, che avrebbe voluto fare altrettanto, e non poté mai. Partito, o quasi scappato da Lucia, dato l'ordine per la cena di lei, fatta una consueta visita a certi posti del castello, sempre con quell'immagine viva nella mente, e con quelle parole risonanti all'orecchio, il signore s'era andato a cacciare in camera, s'era chiuso dentro in fretta e in furia, come se avesse avuto a trincerarsi contro una squadra di nemici; e spogliatosi, pura in furia, era andato a letto.”

Calata la notte, irrompe nell'animo del Signore angoscia e tormento...
È un uomo che lotta con se stesso, poiché una conversione non è un mutamento repentino e neppure un totale rinnegamento di sé, ma un processo interno dialettico fra l'uomo antico e quello nuovo: si nota un contrasto tra due stati d'animo radicalmente dissimili: la sicurezza di un tempo nel compimento di delitti e scelleratezze senza rimorso e con il sentimento d'una vitalità rigorosa; la presenza dell'angoscia, a causa della coscienza e della memoria ripugnante del male realizzato nel tormento d'una solitudine tremenda. È una lotta decisiva tra l'uomo “vecchio”, che sta per tramontare, e l'uomo “nuovo”, che mostra i primi sintomi indubitabili della conversione.
Dopo la venuta di Don Rodrigo il tormento dell'Innominato si rivela improvvisamente in tutta la sua forza, e l'inquietudine aumenta sotto un assillo sempre più implacabile.
A esasperarlo ancora si aggiungono poi i fatti: la compassione del Nibbio, la vista e le parole di Lucia. Il breve colloquio col Nibbio è un nuovo passo verso l'aggropparsi di un tumulto interiore che non potrà non risolversi e placarsi in una decisione definitiva. Dinanzi a quella povera donna raggomitolata e tremante, egli ha sentito come non mai la miseria e la vanità della prepotenza di cui è sempre vissuto.
Sono pochi i temi letterari in grado di suscitare tanta curiosità quanto questo. Tutti noi abbiamo incontrato un racconto o un film in cui il motivo del “doppio” è presente in qualcuna delle sue svariate e mutevoli forme: storie di gemelli uno dei quali buono e l'altro malvagio, protagonisti dalla doppia personalità. Ne è un esempio la storia di “Il dottor Jeckill e Mr. Hyde”.
La crisi dell'Innominato è una crisi della volontà, di cui adesso si rende conto, e il punto decisivo per il mutamento è quando tutto quel che finora ha amato, desiderato, voluto, gli appare addirittura odioso. Risale di delitto in delitto e con crescente disperazione tutto gli appare insensato, senza un fine, una vuota corsa verso la morte. Afferra la pistola deciso a farla finita ma lo trattiene il pensiero di quell'altra vita. Non è tanto la paura dell'aldilà che lo angoscia, ma il bisogno di dare un senso alla sua vita. Improvvisamente gli tornano in mente come una promessa di speranza le parole di Lucia:
Dio perdona tante cose, per un'opera di misericordia!
Al mattino avrebbe liberato la ragazza, l'avrebbe riportata alla madre...ma poi cosa avrebbe fatto dei suoi giorni?

Federica Gaspari 2Ds

9 febbraio 2011

Lo spettro del passato si abbatte anche sull'Innominato


C’è uno spettro  più terribile degli altri, che può avere capacità catastrofiche se ci trova impreparati:si tratta dello spettro dei ricordi dei brutti momenti o dei periodi passati.
Compare sotto forma di banali gesti già visti molto tempo prima, o di parole già ascoltate e odiate. L’eco del passato  bussa incessantemente e si tenta di nascondersene, ma nell’inconscio si apre una fessura della porta. Si diventa sospettosi e si perde la fiducia negli altri, rischiando di peggiorare la situazione.Si  vorrebbe estirpare il problema alla radice, ma quello rimane là, senza soluzione. E’ come avere il pranzo fermo sullo stomaco senza sapere come spostarlo da lì…e senza avere nessun “Effervescente Brioschi”! Dico tutto ciò perché non mi sento lontana da questa situazione.
E se io vi dicessi che anche l’Innominato aveva un problema simile,ma forse al contrario?
Egli era sempre stato forte, attratto dalla sfida e dalla fama che essa portava, ma soprattutto dal rispetto e dalla sottomissione che pensava di potersi guadagnare compiendo i più spregevoli delitti, le più impossibili missioni che a un uomo tranquillo non sarebbero nemmeno passate per la testa.
Si sentiva, insomma, forte delle sue azioni e più ne compiva più gli pareva di circondarsi di un’aurea di mistero, devozione e timore reverenziale che lo  poteva proteggere e immunizzare dagli altri.
Un vero e proprio tiranno. Come tale, però, dietro alla sua audacia e al più totale menefreghismo della normale vita umana e delle sue leggi, nascondeva altrettanta debolezza.
Infatti, dopo essersi impegnato con Don Rodrigo nel rapimento di Lucia, la sua fortezza mentale cominciava a cedere; e non su un qualsiasi punto insignificante, ma sulle più basilari fondamenta. Gli pareva di sentire dentro di sé una vocina che noi chiameremmo coscienza e che Manzoni individua subito come la voce divina che lo chiama, per cambiare prima che sia troppo tardi!


Quel Dio di cui aveva sentito parlare, ma che, da gran tempo, non si curava di negare né di riconoscere, occupato soltanto a vivere come se non ci fosse, ora, in certi momenti d'abbattimento senza motivo, di terrore senza pericolo, gli pareva sentirlo gridar dentro di sé: Io sono però.
L’Innominato è comunque ancora abbastanza convinto di sé e cerca di ripudiare, nascondere e allontanare i propri pensieri e per distrarsi fa chiamare un suo fedele servitore e lo invia da Egidio, uno sciagurato collaboratore che avrà il compito di organizzare il rapimento di Lucia.
Crede, infatti, che sia utile cercare di mantenere il proprio vigore e non trasparire la nuvola temporalesca che si sta abbattendo sulla sua coscienza e che sta smuovendo tutte le sue certezze.
In realtà sarà proprio Lucia uno degli elementi della sua conversione.
In comune con lui credo di avere solo la paura di cambiare, di mostrare quello che provo dentro senza essere fraintesa dagli altri.
Lascio la parola a chiunque abbia una qualche esperienza simile e voglia provare a condividerla o a chi ha qualcosa di possibilmente utile da dire.

Debora Carolo

8 febbraio 2011

Lucia, Azzeccagarbugli & Co: un nome una garazia

“Don Rodrigo […] buttò la briglia al Tiradritto, uno dei suoi al seguito. Si levò lo schioppo, e lo consegnò al Montanarolo […] si cavò poi di tasca alcune berlinghe e le diede al Tanabuso […]. Intanto i tre bravi sopraddetti e lo Sqinternotto ch’era il quarto (oh! vedete che bei nomi da serbarceli con tanta cura) rimasero coi tre dell’innominato […]a giocare, a trincare, e a raccontarsi a vicenda le loro prodezze.”

Le persone vengono identificate con il loro nome per tutta la vita. Per questo motivo Manzoni scelse con molta cura come chiamare alcuni dei suoi personaggi, non in base al suono, ma per il significato e il messaggio da trasmettere ai lettori. Quasi affibbiando un’etichetta perenne, lo scrittore voleva far saltare agli occhi la caratteristica principale delle figure da lui descritte e imprimerle nella memoria di chi leggeva. Si riescono a distinguere i protagonisti degli antagonisti, i buoni dai cattivi, i violenti dai devoti a Dio. Viene data la possibilità di delineare un carattere senza conoscerlo. Tutto questo grazie ad una singola parola: il nome. Innescando una reazione a catena di idee e immagini si arriva a collegare questa serie di lettere con un carattere ben preciso. Basti pensare a Fra Cristoforo, dal latino colui che porta Cristo, che rimanda alla sua scelta fatta di servire la Chiesa. Perfino Lucia, la figura femminile più importante di tutto il romanzo, ha nel nome la purezza e devozione a Dio. Infatti Lucia viene da Luce e quindi dalla Luce Divina. Rodrigo, poi, oltre a richiamarne le origini spagnole, deriva dal germanico potente e ricco di gloria. Anche lo Sfregiato, uno dei bravi, rievoca i tagli e le lotte. Lo stesso personaggio se si fosse chiamato, ad esempio, Beniamino non sarebbe stato credibile. Oppure l’Innominato, così potente che il suo nome non può essere pronunciato, porta con sé un alone di mistero e di ignoto. Nel caso di alcuni bravi come Tiradritto, Montanarolo, Tanabuso e Squinternotto Manzoni conia dei nuovi nomi unendo due parole, proprio come con Azzeccagarbugli. Dal nome dell’avvocato già si capisce che quest’uomo è certamente in grado di “tirare fuori dai pasticci” chi si rivolge a lui, magari non sempre in modo chiaro.
Questo stesso espediente per definire un personaggio grazie al suo nome era stato precedentemente utilizzato da Dante Alighieri. Nel XXI canto dell’Inferno nella Divina Commedia Dante incontra in una bolgia i Malebranche, un gruppo di diavoli. Le entità malvagie hanno nomi come Rubicante, da rabbia e quindi il rabbioso, Cagnazzo, che si riferisce al suo aspetto animalesco e Graffiacane che rimanda agli artigli della creatura. Infine quando Dante arriva in Paradiso trova come sua guida Beatrice, il cui nome deriva da beato ed è quindi un’anima pura e vicina a Dio.
Marina Picardi