"In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali […]. Poi, non vera peste; vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente peste senza dubbio e senza contrasto.” Cap. XXXI
Nel capitolo XXXI entra in scena la peste. Se l’arrivo di una qualsiasi epidemia scatena paura nella popolazione, con la peste il terrore aumenta notevolmente. Tutti -dai più colti agli analfabeti- temono talmente l’idea del contagio da chiamarlo con i nomi più disparati, “sminuendolo” e sottovalutandolo. Così, pur di allontanare (e quindi di non affrontare) il pensiero di questa catastrofe, si crea attorno alla realtà un castello di menzogne. Per quanto grande diventi questo castello, però, nulla può impedire al problema, nascosto ma reale, di esplodere, in questo caso con effetti disastrosi. L’aver ignorato la malattia porta, infatti, ad un contagio maggiore. Ai morti a causa della peste bisogna aggiungere poi quelli condannati come untori. Se proprio non si può negare l’evidenza, un colpevole contro il quale puntare il dito almeno impedisce di riconoscere la colpa di ogni persona nel non aver preso precauzioni.
Per vivere più tranquilli si dà una diversa interpretazione non solo come in questo caso della peste, ma di tutto quello che preoccupa. Si allontanano i problemi, magari quelli più pressanti e spinosi, per non sconvolgere un equilibrio, per non mettere a repentaglio la propria felicità. Proprio come cantavano i Beatles “vivere è facile con gli occhi chiusi”. Ma più si rimanda e occulta la questione, più la si avvicina. Si vorrebbero voltare le spalle ad un problema, fra finta che nulla accada. Ci si ripete che va tutto bene e ci si autoconvince di questo piuttosto che “prendere il toro per le corna” e cercare una soluzione. Si vorrebbe accantonare ciò di più scomodo, sperando magari che si risolva da solo, proprio come era stato fatto con la peste del 1629. Mentre i secoli passano, però, la natura umana non cambia. Se si pensa all’incidente della centrale nucleare di Fukushima in Giappone e al fatto che il livello di radioattività sia risultato (ufficialmente) pari a quello di Chernobyl nel 1986 solo dopo giorni e giorni dal disastro nucleare. La situazione sembra non essere più sotto controllo a differenza delle dichiarazioni iniziali che erano più rassicuranti, ma probabilmente poco vere.
E voi? Preferite vivere con gli occhi chiusi,ma felici, oppure affrontare la non sempre facile realtà?
Marina Picardi
Questo commento offre un’analisi interessante e ben strutturata sul comportamento umano di fronte a problemi inquietanti e complessi, prendendo come esempio emblematico la gestione della peste nel capitolo XXXI de I Promessi Sposi.
RispondiEliminaL’articolo sottolinea un punto chiave: il rifiuto di affrontare i problemi in modo diretto non li elimina, anzi, li aggrava. L’analogia con il disastro di Fukushima è particolarmente efficace, mostrando come l’umanità continui a ripetere gli stessi errori nonostante il progresso scientifico e tecnologico. la peste disastrosa evidenzia l’incapacità di affrontare le crisi con trasparenza e tempestività, privilegiando spesso una tranquillità piuttosto che una risoluzione autentica.
Vivere “con gli occhi chiusi” è certamente più facile nel breve termine, ma questo atteggiamento comporta rischi gravi, sia a livello personale che collettivo. La realtà, per quanto difficile da affrontare, richiede responsabilità. Manzoni ci insegna che ignorare il problema porta solo al caos ; questa lezione rimane valida ancora oggi, in un mondo che preferisce talvolta “voltare le spalle” piuttosto che affrontare il toro per le corna.
P.S 2be